Posts tagged ‘pubblicità’

Vanguard: le immagini che (secondo Atac) i romani non avrebbero capito

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febbraio 23, 2009 at 1:42 am Lascia un commento

Roma censura la campagna di Current

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Con grande sorpresa, scopriamo che l’Atac, l’azienda dei trasporti di Roma, ha bloccato le affissioni per la promozione della nuova stagione Vanguard di Current Italia.

In attesa delle motivazioni, questo è l’articolo:

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febbraio 20, 2009 at 2:10 pm Lascia un commento

Cross medialità e intrattenimento: la ricetta della pubblicità online

Si è svolta a Londra lo scorso maggio la Online Publishers Association (OPA) Europe conference. Molti i temi trattati, tra cui il tema della segmentazione dei consumatori nel mediascape. Secondo Rishad Tobaccowala, CEO di Denuo e chief innovation officer di Publicis Groupe Media, stiamo assistendo al passaggio dalla segmentazione alla riaggregazione, dovuta ad un media planning attento alla cross-medialità e alle strategie di fidelizzazione: “Focusing on the way one target group—college kids, for instance—moves through the media landscape can alert brands to big opportunities […] For marketers, the challenge is to reach communities at multiple touchpoints, using both online and offline channels. “.


Cross-media e adverstising:
Secondo il rapporto di eMarketer “All TV, All the Time, Everywhere You Look“, le audiences non stanno guardando meno tv, ma più tv: “Video-on-demand, digital video recorders, the broadband Web and 3G mobile phones are giving consumers new ways to access and watch TV,” ha affermato Mr. Macklin, senior analyst di eMarketer e autore del report.
La frammentazione delle audiences su diversi media conferma l’idea di una fedeltà al contenuto piuttosto che al canale (come sostenuto da una recente ricerca di Accenture), e premia strategie di advertising basate sulla sponsorizzazione di contenuti in grado di viaggiare lungo tutta la complessa e ricca filiera dei media, digitali ed analogici.
Secondo lo studio di eMarketer “Brands Adjust to Media Fragmentation“, Fox Interactive Media è un caso esemplare da questo punto di vista: forte della sua quinta posizione rispetto a popolarità presso gli utenti, è il re della cross-medialità, possedendo “macchine per audience” come AmericanIdol.com, FOX.com, GameSpot e l’ambito MySpace. In questo modo il brand associato ad un programma potrà raggiungere il proprio target in tutti i diversi luoghi in cui si muove: un fan di American Idol, per esempio, vedrà lo show in tv, seguirà l’andamento dei concorrenti sul sito del programma, e potrà postare il suo video preferito su MySpace, triplicando la visibilità dello sponsor e dunque l’investimento iniziale.


Strategie di fidelizzazione: dal brand-site al media-channel
.
Un altro modo di sfruttare l’universo digitale, è quello di trasformare il brand in editore, offrendo al consumatore un’esperienza mediale completa: la BMW, per esempio, ha creato un sito con un forte accento sui video, offrendo all’utente un luogo di intrattenimento ed interazione.
Ancora più coraggiosa la Nokia, che con la sua Green Room punta sul traget degli appassionati di musica: tutto è cominciato con un sito che offre video di backstage in esclusiva, un blog dei festival e il link con il music store della Nokia (quell’OVI che avrebbe dovuto sbaragliare iTunes). Oggi alcuni dei contenuti del sito sono stati mandati in onda nella tv inglese Channel 4, mentre altri sono comparsi sui social network e sul mobile, moltiplicandone il valore. Tero Ojanpera, executive VP per il settore entertainment e communities di Nokia ha affermato: “the company is moving beyond its handset focus, to take a central role in an always-on environment. Now the iconic Finnish brand aims to be a hub for consumers’ media experience, providing access to music and everything else that matters to them.”

Karin von Abrams, senior analyst di eMarketer sintetizza così: “The proliferation of online and offline channels is not such bad news for brands as it used to be. Not every brand has the market clout or technological know-how of Nokia. But most brands can take a leaf from Nokia’s or BMW’s book, and think of new ways to reach consumers—wherever they are.”

luglio 1, 2008 at 5:20 pm Lascia un commento

Sevizio pubblico francese: il canone lo pagano le Telco

Mentre nel mondo la televisione, pubblica o privata che sia, continua il suo inarrestabile percorso verso la trasformazione dei modelli, dei contenuti e delle piattaforme, in Italia tutto tace, specie in Rai. Probabilmente sono troppo occupati a seguire le vicende politiche dalle quali dipende, o ad aumentare la raccolta pubblicitaria che affligge lo spettatore nonostante continui a pagare un canone che lo illude di essere ancora il proprietario del servizio pubblico.
Inutile citare il caso BBC: channel su YouTube, profilo su Twitter, BBCiPlayer per rivedere i programmi dell’ultima settimana.
Interessante anche il caso francese, dove più che nella revisione delle modalità di erogazione dei contenuti e dei contenuti stessi, Sarkozy ha deciso di puntare sulla redistribuzione dei costi per mantenerla: i cittadini francesi infatti non vedranno più pubblicità, senza per questo subire un aumento del canone. Secondo il ministro della Cultura potrebbero essere le telco a pagare: “Lo scenario che mi sembra più interessante è quello di un’imposta per emittenti private e telcos […] il fatturato dell’operatore Orange è enorme, intorno ai 50 miliardi di euro, oltre ad avere un Ebitda considerevole”.
La cosa che stupisce, per me, italiana abituata a vedere i grandi capitani d’industria offrire banchetti pantagruelici, ma non a metter mano al portafoglio se si tratta di investimenti per la cultura e per i cittadini, è la risposta degli interessati: già da tempo le telco hanno dato la disponibilità a contribuire al sostegno della tv pubblica; dopo aver accettato il Cosip, conto di sostegno all’industria audiovisiva, Frank Esser, presidente della Federazione Francese delle Telecom (FFT), ha dichiarato: “Siamo pronti a fare ancora di più, in modo giusto e non discriminatorio, con un contributo sulle entrate pubblicitarie provenienti dai nostri portali internet che, anche se ancora modesti, cresceranno col tempo grazie all’aumentata audience dei siti degli operatori mobili e Isp”.
L’aumentata audience sul web, giusto; perchè tassare un’industria emergente, chide l’Asic, l’associazione che raggruppa le industrie del settore (tra cui Microsoft, Dailymotion, Google): “una tassazione di Internet, quale che sia il suo perimetro, per finanziare la televiosne, rivela una visione che guarda al passato: tassare la marina a vapore per finanziare la marina a vela”. Vero, ma sarebbe interessante forse scoprire che la tv si può fare con meno soldi, e che, magari, i tempi son maturi per traghettare le audiences ancora poco abituate alla net tv, verso forme di fruizione multi-piattaforma: se le telco contribuissero a mantenerla, chissà che la tv pubblica non riceva una ventata di freschezza, imparando termini come social network, net tv, mobisodes…

In Italia lo spettatore televisivo non sembra troppo felice del suo rapporto con il servizio pubblico… Nicolò Gianelli lo descrive così:

maggio 28, 2008 at 12:03 pm 1 commento

Online Video Ads: i nuovi standard

Lo IAB ha definito gli standard della pubblicità sui video online: 17 pagine di guidelines che sintetizzano le possibilità, i formati, la durata degli spot, siano essi pre-roll, overlay ads o “companion ads”, che, pur avendo un nome così simpatico, altro non sono che skin, testi e banner che circondano il player e accompagnano la visione del video.
Già dal 2005 lo IAB stava lavorando su questo punto, fondamentale secondo l’istituto per dare certezza ad un mercato sicuramente in espansione, ma ancora troppo scivoloso perché diventi mainstream.
Secondo eMarketer, infatti, proprio l’assenza di standard avrebbe rallentato la crescita del mercato: “Ongoing experiments with video ad formats and a lack of standards have, in part, kept the online video ad market from even stronger revenue growth” .
Su questo ho già detto la mia: al di là dei formati, credo che il passo fondamentale sia la standardizzazione delle metodologie di misurazione del successo di un video o di una campagna; senza quelli, un video, con la sua bella pubblicità, prima, dopo, dentro o fuori, resta sempre un mistero circa la sua efficacia.
Tornando all’oggetto di questo post, l’unica cosa che mi preme sottolineare è che se la standardizzazione dei formati può, da un lato, rassicurare gli inserzionisti e, dall’altro, decretare l’ingresso degli online video ads nel regno della pubblicità mass market, la speranza è che non si ottenga, per contro, un risultato alquanto deprimente, e cioè l’appiattimento della creatività su pochi modelli di successo.
Ciò che infatti sfugge alle aziende che vogliono investire in questo settore, è che internet non è la tv e che gli utenti non sono spettatori solitari e muti: le campagne di maggior successo non sempre sono replicabili, spesso anzi funzionano proprio perchè pensate per il video specifico, per il brand specifico, e si agganciano ad un fatto ancora più specifico (il lancio di un prodotto, l’uscita di un film, ma anche un evento di cronaca).
Mentre si procede a quest’opera di descrizione e formalizzazione, occorre continuare a sperimentare, continuare a spingere oltre non solo le tecnologie e i formati che supportano la pubblicità, ma il concetto stesso di pubblicità, da messaggio a contenuto, da fastidioso inserto, a oggetto della ricerca degli utenti. E’ necessario, pertanto, che i creativi continuino ad approfittare della spinta all’innovazione che l’anarchia funzionante di internet ha donato all’asfissia della comunicazione di massa.
Jeremy Fain, senior director dei servizi alle industrie dello IAB, ci tiene a rassicurarci: “All of our guidelines are minimum standards so as to not stifle innovation.” Meno male, perché ora come ora, non rinuncerei mai a video virali e webserie sponsorizzate… sarà anche pubblicità, ma sono sempre meglio delle tele-promozioni e dei banner!

Qui l’intervista a Randall Rothemberg, CEO di IAB

maggio 5, 2008 at 6:44 pm Lascia un commento

Outdoor TV: fotografare un’audience in movimento

Uno dei settori destinati ad una crescita inarrestabile è indubbiamente quello della outdoor tv, circuiti di schermi dispersi nelle città che attualmente trasmettono spot pubblicitari e brevi clip di informazione.
Secondo un recente report di profitablechannels.com le aziende statunitensi hanno già investito 1,2 miliardi del loro budget nazionale nella outdoor tv, mentre il settore sta crescendo ad un tasso del 10% mensile. Secondo eMarketer la outdoor tv è destinata a raccogliere la maggior parte degli investimenti pubblicitari, seconda solo a internet, passando dagli 1,26 miliardi di dollari del 2007, ai 2,25 miliardi del 2011.
Proprio in vista di un aumento di interesse degli inserzionisti, è nata in USA la Association for Out-of-Home Video (OVAB), fondata da un gruppo di 10 agenzie con l’intento di individuare le modalità più semplici ed immediate per pianificare, acquistare e valutare l’efficacia di una campagna in outdoor. Su questi presupposti Nielsen ha introdotto i “pocketpieces”, in origine i ratings della TV, tradizionalmente stampati in un formato tascabile, da cui il nome; a differenza della TV, dove i pocketpieces sono costruiti attraverso panel di consumatori, nel caso dell’outdoor Nielsen raccoglierà ed elaborerà dati forniti da terze parti, incrociandoli con i risultati delle interviste telefoniche.
Nuovamente, quindi, siamo di fronte al problema della misurazione dell’audience e della definizione di parametri che permettano di valutare la diffusione di un contenuto. Suzanne Alecia, presidente dell’OVAB, ha fornito le linee guida sulla base delle quali stabilire uno standard di misurazione, sia in relazione alla pubblicità che ai contenuti veicolati; i parametri che verranno stabiliti dovranno, secondo la Alecia, tener conto di tre elementi:
il traffico lordo sul luogo in cui il network di trova;
la presenza del network sul territorio;
la capacità degli spot pubblicitari di essere notati dal pubblico.
Una volta stabilita la modalità di misurazione, gli investitori avranno la percezione di poter controllare e valutare la propria performance, ed è facile indovinare che il mercato esploderà definitivamente. A quel punto sarebbe davvero interessante procedere ad un’innovazione dei linguaggi e dei contenuti, sperimentando non solo sul versante della distribuzione, ma anche dal punto di vista creativo, individuando le modalità espressive proprie di questa forma di comunicazione.

aprile 28, 2008 at 3:58 pm 4 commenti

UGC e pubblicità

L’Interactive Advertising Bureau ha pubblicato una ricerca intitolata “User Generated Content, Social Media, and Advertising — An Overview” che esplora e tenta di dare ordine alle diverse opportunità offerte alle aziende che vogliono pubblicizzarsi attraverso la rete.
Lo studio individua una serie di strumenti con cui gli inserzionisti devono necessariamente misurarsi, dagli overlay video ads alle community di cosumatori, passando per widgets e pagine del brand sui principali social network. Interessante il confronto con le forme tradizionali di pubblicità: “Traditionally, marketers have been able to buy time or space on fixed media in a controlled context. They knew where their ad would appear, what it would look like, and perhaps most important, in what context it would be seen. In other words, they could be guaranteed their message wasn’t being delivered in a hostile or inappropriate environment. Today, such guarantees are harder to make, and that lack of control can be a source of great anxiety for marketers. But it also represents an unrivaled opportunity”.

aprile 28, 2008 at 10:07 am 1 commento

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