Posts tagged ‘marketing’

Cultura, sottocultura, merci

Si è svolto in Texas l’iMedia Agency Summit, l’evento organizzato da iMedia Connection in cui i rappresentanti delle maggiori agenzie pubblicitarie discutono di nuove forme di marketing.
Tra tutti gli interventi mi ha colpito in particolare quello di Russell Simmons, il famoso discografico newyorkese che ha portato alla ribalta l’hip hop, da sottocultura a fenomeno mass mediatico, dalla discografia alla tv, passando per riviste e web.
Nel suo keynote emerge proprio questo passaggio, chiaro sin dal titolo: “How hip-hop fans build brands”. Secondo Simmons “The hip-hop community is the best branding community in the world”, poiché categorie come razza, etnia e genere, importanti per la definizione del target cui mirare in una campagna, sono tutte sussunte e contenute all’interno della categoria più ampia hip-hop: “Hip-hop builds brands. The hip-hop community is deciding if it’s Tommy Hilfiger or if it’s Ralph Lauren. They know if it’s Coke or if it’s Pepsi.” Partendo da questo presupposto la sua ultima fatica è un portale, o “web-filtered fresh”, come lui stesso lo definisce, GlobalGrind, un aggregatore di notizie tagliato sui gusti della comunità rap e aggiornato dagli utenti (anche attraverso il bookmark globalgrind).

Ora, la mia riflessione va alla nascita e all’evoluzione dei fenomeni sottoculturali, che, almeno negli USA e in Europa occidentale, hanno perso il loro significato di sovversione nei confronti dei significati dominanti, mantenendo solo la dimensione legata allo stile e al senso di appartenenza ad una comunità in cui riconoscersi e attraverso la quale descriversi. Non che tutti i membri delle sottoculture “storiche” fossero consapevoli del senso dei segni che indossavano, né questa conclusione arriva oggi all’improvviso; già Hebdige l’aveva prevista nel suo studio sulle subculture: “Quando la sottocultura comincia ad assumere una serie di atteggiamenti perfettamente vendibili, quando il suo lessico (sia visivo che verbale) diviene sempre più familiare, allora il quadro di riferimento a cui si può convenientemente assegnare si fa sempre più evidente. E’ evidente che il rap sia già ampiamente nella fase di “normalizzazione” e “mercificazione”; quel che mi stupisce, però, è il fatto che non mi venga in mente una forma di espressione sottoculturale ancora priva di queste connotazioni, ancora in grado di decostruire i discorsi dominanti per sovvertirne i significati, una forma di espressione culturale con una forte connotazione politica. L’unica che mi viene in mente è il culture jamming, inaugurato dai dadaisti e dai situazionisti e felicemente applicato dagli Adbusters… ma quando anche la pubblicità istituzionale inizia a giocare con i suoi stessi significati, cosa rimane? Forse la conclusione è che siamo una società pacificata? O rassegnata? O forse la sottocultura gioca anch’essa con il capitale e con il pensiero dominante traendone vantaggio?
Mentre ci penso, chissà, forse è un caso o forse no, capito su questo reportage fotografico di Oriana Eliçabe, Rebel Voices: “The aim of « Rebel Voices » is to see Hip Hop as a narrative thread linking stories of struggle and resistance to the neoliberal system that generates economic and social apartheid”.
Un presupposto piuttosto diverso da quello di Simmons… E a voi, vengono in mente esempi o riflessioni su questo? Resto in ascolto!

maggio 27, 2008 at 1:07 pm 2 commenti

Online Video Ads: i nuovi standard

Lo IAB ha definito gli standard della pubblicità sui video online: 17 pagine di guidelines che sintetizzano le possibilità, i formati, la durata degli spot, siano essi pre-roll, overlay ads o “companion ads”, che, pur avendo un nome così simpatico, altro non sono che skin, testi e banner che circondano il player e accompagnano la visione del video.
Già dal 2005 lo IAB stava lavorando su questo punto, fondamentale secondo l’istituto per dare certezza ad un mercato sicuramente in espansione, ma ancora troppo scivoloso perché diventi mainstream.
Secondo eMarketer, infatti, proprio l’assenza di standard avrebbe rallentato la crescita del mercato: “Ongoing experiments with video ad formats and a lack of standards have, in part, kept the online video ad market from even stronger revenue growth” .
Su questo ho già detto la mia: al di là dei formati, credo che il passo fondamentale sia la standardizzazione delle metodologie di misurazione del successo di un video o di una campagna; senza quelli, un video, con la sua bella pubblicità, prima, dopo, dentro o fuori, resta sempre un mistero circa la sua efficacia.
Tornando all’oggetto di questo post, l’unica cosa che mi preme sottolineare è che se la standardizzazione dei formati può, da un lato, rassicurare gli inserzionisti e, dall’altro, decretare l’ingresso degli online video ads nel regno della pubblicità mass market, la speranza è che non si ottenga, per contro, un risultato alquanto deprimente, e cioè l’appiattimento della creatività su pochi modelli di successo.
Ciò che infatti sfugge alle aziende che vogliono investire in questo settore, è che internet non è la tv e che gli utenti non sono spettatori solitari e muti: le campagne di maggior successo non sempre sono replicabili, spesso anzi funzionano proprio perchè pensate per il video specifico, per il brand specifico, e si agganciano ad un fatto ancora più specifico (il lancio di un prodotto, l’uscita di un film, ma anche un evento di cronaca).
Mentre si procede a quest’opera di descrizione e formalizzazione, occorre continuare a sperimentare, continuare a spingere oltre non solo le tecnologie e i formati che supportano la pubblicità, ma il concetto stesso di pubblicità, da messaggio a contenuto, da fastidioso inserto, a oggetto della ricerca degli utenti. E’ necessario, pertanto, che i creativi continuino ad approfittare della spinta all’innovazione che l’anarchia funzionante di internet ha donato all’asfissia della comunicazione di massa.
Jeremy Fain, senior director dei servizi alle industrie dello IAB, ci tiene a rassicurarci: “All of our guidelines are minimum standards so as to not stifle innovation.” Meno male, perché ora come ora, non rinuncerei mai a video virali e webserie sponsorizzate… sarà anche pubblicità, ma sono sempre meglio delle tele-promozioni e dei banner!

Qui l’intervista a Randall Rothemberg, CEO di IAB

maggio 5, 2008 at 6:44 pm Lascia un commento

Demetri Martin finds clearification

Durante una di quelle incursioni abituali e randomiche su YouTube, che sempre più stanno prendendo il posto dello zapping nella mia dieta mediale, ho scovato questa fiction composta da 6 puntate di circa 4 minuti l’una, prodotte con una qualità davvero notevole. Per dovere di cronaca, il format è online da più di un anno…. ma credo valga ancora la pena parlarne.


La particolarità sta nell’origine di questa produzione: televisione tradizionale convertita in digitale? Cortometraggio indipendente diviso in puntate per adattarne la lunghezza alla capacità di upload della piattaforma? Webserie? No, no e ancora no. Guardate bene il link nel box a destra…. cliccatelo…. bene, siete approdati sulla pagina di System Selling, “online sales training”. Da una rapida ricerca scopro che Clearification altro non è che una campagna virale a puntate nata per promuovere Windows Vista, come è spiegato nei dettagli qui, ma a cui è subentrato (forse perchè è scaduto il dominio?) il sito systemselling.com, in fondo coerente con lo spirito e il contenuto della campagna.
Una dimostrazione di come i nuovi banner siano i contenuti, e di come la pubblictà possa trovare strade interessanti nelle forme post-televisive, trasformando le aziende negli editori del futuro, in grado di offrire intrattenimento in cambio di attenzione.

aprile 29, 2008 at 10:53 am 1 commento


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