Current TV Italia: qualche riflessione

Non volevo commentare, perchè credo ci sia poco da aggiungere a ciò che la blogosfera, i giornali e i social network hanno già espresso; non volevo commentare perchè è un progetto che seguo con interesse dal 2006 e da allora non ho cambiato idea al riguardo. Poi vado all’evento di presentazione l’8 maggio a Roma e respiro una sfiducia diffusa e strisciante, che dalle bocche della blogosfera riunita, si riversa sulla bella piazzetta di fronte all’Ambra Jovnelli. Infine, leggo il post di Tommaso Tessarolo, Net + Television, e non posso non pensare che l’avvento di Current potrebbe riuscire a stimolare una discussione che si era, mi sembra, un po’ sopita.
Rimando all’articolo originale, e ai suoi commenti, per capire a cosa mi riferisco, ma la sintesi è: la rete è ancora, ahimè, un bene di lusso, in cui pochi eletti possono trovare uno spazio di condivisione, espressione e democrazia (parola a mio parere inflazionata e altisonante, ma finchè non ne inventiamo un’altra, facciamocela andare bene); è la rete il regno della Net TV, una tv aperta, collaborativa, democratica; la tv è invece un mezzo chiuso, unidirezionale, autoritario secondo Pasolini, ma altresì diffuso trasversalmente nella società, anche se a pagamento, anche se satellitare.
Current tv rappresenta il tentativo di ibridare le due logiche: la logica del web, basata sulla partecipazione dei cittadini digitali, e la tv, basata sulla pervasività e familiarità del mezzo. Una tv che, pur raggiungendo tutti, accoglie tutti, da loro una cassa di risonanza per arrivare laddove un blog, probabilmente, non sarebbe arrivato.
Ora, mi soffermerei un momento su alcuni aspetti della Net Tv, così come l’abbiamo descritta in questi anni… o forse sarebbe meglio dire mesi, dato che stiamo parlando di qualcosa che ancora non esiste in forma definitiva, e che, anzi, stiamo cercando di definire allo scopo di renderla reale.
Il mio punto è: la net tv è necessariamente democratica? Partendo dal presupposto che ” si voglia considerare la NetTV una nuova forma di televisione e non “semplicemente” la pratica di appiccicare video dentro siti web”, il fatto che io possa commentare un contenuto prodotto da altri, e distribuito su un canale net tv, rende questo canale più democratico di canale 5, che mi fa chiamare da casa? Immaginiamo una Net Tv non creata da pochi amici, ma da grandi broadcaster… ah, esiste già, si chiama IPTV… quanto è democratica? Mi sembra che ci sfuggano i termini della questione, che a mio avviso è: come possiamo rendere la Tv, intesa come forma culturale, come collante sociale, come esperienza condivisa, come comparto economico, permeabile alla rivoluzione che la rete ha portato nel nostro modo di comunicare e di essere comunicati, rappresentati?
Prendiamo un caso concreto, tanto per non parlare in astratto: QuarterLife. QuarterLife nasce come Net Tv: una webserie di alta qualità, prodotta da un grande bradcaster come la NBC. Immaginiamo QuarteLife come serie tv analogica, o cable visto che proviene dagli stati uniti: niente social network, niente commenti attivi al contenuto; il suo valore sarebbe stato probabilmente quello di saper rappresentare una generazione, raccontarne la vita e le speranze. Invece nasce sul web ed ambisce a diventare la community di quella generazione, il luogo in cui non si viene raccontati, ma ci si racconta spontaneamente, superando la logica televisiva che vede gli autori intenti a fornire simulacri della nostra realtà, con le dita incrociate sotto il tavolo nella speranza di aver indovinato.
Facciamo un altro esempio: Report, la trasmissione di Raitre. Immaginatela costituita da due linee: le inchieste dei giornalisti professionisti e le inchieste degli utenti, o magari le loro reazioni all’inchiesta della puntata precedente, raccolte in rete, e inserite nel flusso del programma in onda; immaginate questo impianto prima in onda su Raitre e poi su una net tv dedicata. Cosa cambia? Il fatto che Raitre, essendo un’emanazione del potere politico, potrebbe bloccare alcuni commenti? Possibile, ma esiste sempre il sito dedicato e, in ogni caso, la rete non si ferma, non ha confini.
Credo che il nodo sia: la net tv è un problema tecnologico/economico o culturale?
Quel che voglio dire è che, a prescindere dal mezzo di trasmissione, che al momento deve subire ancora diverse trasformazioni e codificazioni (per esempio dei formati e degli standard di trasmissione/ricezione), il problema sta nel processo di inclusione della moltitudine all’interno della comunicazione televisiva, un’inclusione che non si limita a fornire un palcoscenico per chi vuole essere famoso, o amico di qualcuno, ma per chi ha delle cose da dire e cerca solo orecchie che vogliano ascoltare.
Non credo che Current, per il solo fatto di essere ospitata su Sky, possa essere liquidata come vecchia tv: certo, non tutti si possono permettere Sky, ma personalmente non ho neanche il DTT… troverò il modo di fruirla, e semmai, dovrebbe essere un problema di Mr. Gore, che non raggiunge un’audience così elevata, piuttosto che del pubblico, indignato perchè è stato scelto Murdoch come partner. Non dimentichiamo, inoltre, che Current ha la sua vita prevalentemente online, dove esiste una community veramente attiva; in cui i videomaker (e non quelli che possiedono una videocamera e postano i loro video su youtube, che sono molti di più), possono dare visibilità ai loro lavori, far parte di un palinsesto che raggiunge un numero di persone comunque ulteriore rispetto al web, ricevere un compenso per il loro lavoro e far parte di un progetto condiviso.
Non penso, inoltre, che la presenza di Current sia una rinuncia alla sperimentazione nel campo della Net tv, basta vedere la quantità di domini .tv che vengono acquisiti ogni giorno; penso anzi che possa essere uno stimolo a fare di più e meglio, magari accettando che gran parte degli italiani non sanno neanche cosa sia una Net tv (e su questo segnalo il bel post Daniele Cerra, “L’Italia è pronta per Current Tv?“).
Pensiamo piuttosto allo switch off, e a come l’Italia lo vorrà affrontare, a quali alternative avremo a disposizione. Dopodichè, concordo con Giorgio, che nei commenti al post di Tommaso scrive: “si eviti di fare management con i soldi degli altri. Questa roba costa, e non poco, perciò chi vuole la qualità en plein air, metta le mani in tasca e cacci il grano. Per ora prendiamola come una beta, godiamoci gli Ugc di qualità, proviamo a far crescere la comunità vlogger e vediamo se questa palestra consentirà una nuova generazione di video maker pronti a nuove sfide per il next-level.”
E voi, che ne pensate?

4 comments Maggio 15, 2008

Mobile: Killer Application del web 2.0

Il mobile sarà la killer application della tv 2.0? Dipende, dalle tecnologie e dai contenuti, certamente. Rispetto alla prima variabile le novità non mancano. La tecnologia MBMS, per esempio, promette di rendere i telefoni 3G in recettori di segnali sia broadcast che multicast sfruttando la rete UMTS esistente; Huawei e Qualcomm in collaborazione con Telecom Italia hanno appena realizzato il primo trial in Europa, affermando di aver raggiunto risultati migliori delle loro stesse previsioni. Più interessante, quantomeno perché già esistente, è Cellspin, un’applicazione che permette di pubblicare in maniera istantanea dal proprio cellulare direttamente sulle nostre pagine personali: facebook, flickr, myspace, il nostro blog. Tutto in pochi semplici passi, a dimostrazione del fatto che il social network è la killer application del web e, di conseguenza, di tutti i device in grado di connettersi, come conferma in un’intervista su Repubblica Affari e Finanza Mauro Del Rio, presidente di Buongiorno:”Google e il web sui nuovi cellulari sono importanti, ma Facebook o MySpace lo sono di più”.
Secondo un rapporto di Nielsen, alcuni dei maggiori siti raccolgono già gran parte del loro visite da cellulare, come AccuWeather.com, che riceve il 43% del suo traffico proprio da connessioni mobili. Jeff Herrmann, vice presidente di Mobile Media, Nielsen Mobile, ha commentato: “The data demonstrate that the mobile internet can not only increase the frequency of visits to a website, but also grow the overall size of the pie [...] Publishers can now monetize their total cross-platform audience, and advertisers will better understand the efficiency and incremental value of mobile web traffic.”

Pare essersene accorta la Associated Press, che ha appena lanciato Mobile News Network, un servizio di news, sport e intrattenimento ottimizzati per iPhone e in grado di distribuire non solo testo e immagini, am anche video.
Vista la relativa novità del settore, la mobile marketing association ha pubblicato Mobile Advertising Guidelines, utile strumento per addentrarsi in questo territorio ancora tutto da esplorare. Interessanti anche i dati di eMarketer sugli investimenti nel mobile.

2 comments Maggio 7, 2008

Oneshow: lo spettacolo delle merci

Segnalazione per gli amanti della pubblicità: dal 6 al 9 maggio a New York oneclub.org premia i migliori commercial all’interno del ONESHOW, uno showcase delle più interessanti agenzie creative del mondo; le categorie coprono praticamente tutti i possibili territori, dalla tv e la radio, all’interactive adv e i nuovi media.

Se volete partecipare anche voi, andate sul sito e votate il vostro spot preferito: molto bello lo spot realizzato per la ONG Powa, la cui mission è combattere la violenza sulle donne. MTN, una telco sudafricana, ha infatti stretto una partnership con Samsung grazie alla quale, per ogni telefonino Samsung venduto, MTN donerà a Powa 10 rand (che corrispondono a 0,86546 euro). L’agenzia aveva a disposizione un budget di 120,000 rand per realizzare uno spot televisivo che promuovesse l’iniziativa, ma ha fatto di meglio: ha usato il budget per finanziare alcuni dei progetti di Powa e ha realizzato lo spot a costo zero… come? Realizzando un Power Point! Sfortunatamente il sito non rende disponibile il codice embed per pubblicare il video, ma per i curiosi eccolo qui.

La classifica del ONESHOW per ora vede invece in testa “Doodle Heart”, campagna a cura di Saatchi&Saatchi NY per JC Penny:

Add comment Maggio 7, 2008

Online Video Ads: i nuovi standard

Lo IAB ha definito gli standard della pubblicità sui video online: 17 pagine di guidelines che sintetizzano le possibilità, i formati, la durata degli spot, siano essi pre-roll, overlay ads o “companion ads”, che, pur avendo un nome così simpatico, altro non sono che skin, testi e banner che circondano il player e accompagnano la visione del video.
Già dal 2005 lo IAB stava lavorando su questo punto, fondamentale secondo l’istituto per dare certezza ad un mercato sicuramente in espansione, ma ancora troppo scivoloso perché diventi mainstream.
Secondo eMarketer, infatti, proprio l’assenza di standard avrebbe rallentato la crescita del mercato: “Ongoing experiments with video ad formats and a lack of standards have, in part, kept the online video ad market from even stronger revenue growth” .
Su questo ho già detto la mia: al di là dei formati, credo che il passo fondamentale sia la standardizzazione delle metodologie di misurazione del successo di un video o di una campagna; senza quelli, un video, con la sua bella pubblicità, prima, dopo, dentro o fuori, resta sempre un mistero circa la sua efficacia.
Tornando all’oggetto di questo post, l’unica cosa che mi preme sottolineare è che se la standardizzazione dei formati può, da un lato, rassicurare gli inserzionisti e, dall’altro, decretare l’ingresso degli online video ads nel regno della pubblicità mass market, la speranza è che non si ottenga, per contro, un risultato alquanto deprimente, e cioè l’appiattimento della creatività su pochi modelli di successo.
Ciò che infatti sfugge alle aziende che vogliono investire in questo settore, è che internet non è la tv e che gli utenti non sono spettatori solitari e muti: le campagne di maggior successo non sempre sono replicabili, spesso anzi funzionano proprio perchè pensate per il video specifico, per il brand specifico, e si agganciano ad un fatto ancora più specifico (il lancio di un prodotto, l’uscita di un film, ma anche un evento di cronaca).
Mentre si procede a quest’opera di descrizione e formalizzazione, occorre continuare a sperimentare, continuare a spingere oltre non solo le tecnologie e i formati che supportano la pubblicità, ma il concetto stesso di pubblicità, da messaggio a contenuto, da fastidioso inserto, a oggetto della ricerca degli utenti. E’ necessario, pertanto, che i creativi continuino ad approfittare della spinta all’innovazione che l’anarchia funzionante di internet ha donato all’asfissia della comunicazione di massa.
Jeremy Fain, senior director dei servizi alle industrie dello IAB, ci tiene a rassicurarci: “All of our guidelines are minimum standards so as to not stifle innovation.” Meno male, perché ora come ora, non rinuncerei mai a video virali e webserie sponsorizzate… sarà anche pubblicità, ma sono sempre meglio delle tele-promozioni e dei banner!

Qui l’intervista a Randall Rothemberg, CEO di IAB

Add comment Maggio 5, 2008

Gay, blog e creatività: Rick and Steve

Una ricerca online realizzata da Harris Interactive and Witeck-Combs Communications, ha indagato la relazione tra orientamento sessuale e readership dei blog (sic!) : pare che gay e lesbiche siano i lettori più numerosi della blogosfera, i più attenti, i più partecipi e i più sensibili alla pubblicità. In breve i risultati: il 51% degli omosessuali legge blog, mentre solo il 36% degli eterosessuali lo fa; il 27% scrive commenti e il 21% ha dichiarato di aver scritto un post nell’ultimo mese, a fronte di percentuali decisamente più basse per il mondo etero (13% e 7%); infine, il 19% di gay e lesbiche dichiarano di avere un atteggiamento positivo nei confronti della pubblicità sui blog, rispetto all’ 8% degli eterosessuali.
Sarà vero, sarà una forzatura data dai numeri, o dal fatto che la ricerca è stata svolta online, ma una cosa è certa: la comunità gay è indubbiamente creativa! Guardate questo format….

1 comment Aprile 29, 2008

Demetri Martin finds clearification

Durante una di quelle incursioni abituali e randomiche su YouTube, che sempre più stanno prendendo il posto dello zapping nella mia dieta mediale, ho scovato questa fiction composta da 6 puntate di circa 4 minuti l’una, prodotte con una qualità davvero notevole. Per dovere di cronaca, il format è online da più di un anno…. ma credo valga ancora la pena parlarne.


La particolarità sta nell’origine di questa produzione: televisione tradizionale convertita in digitale? Cortometraggio indipendente diviso in puntate per adattarne la lunghezza alla capacità di upload della piattaforma? Webserie? No, no e ancora no. Guardate bene il link nel box a destra…. cliccatelo…. bene, siete approdati sulla pagina di System Selling, “online sales training”. Da una rapida ricerca scopro che Clearification altro non è che una campagna virale a puntate nata per promuovere Windows Vista, come è spiegato nei dettagli qui, ma a cui è subentrato (forse perchè è scaduto il dominio?) il sito systemselling.com, in fondo coerente con lo spirito e il contenuto della campagna.
Una dimostrazione di come i nuovi banner siano i contenuti, e di come la pubblictà possa trovare strade interessanti nelle forme post-televisive, trasformando le aziende negli editori del futuro, in grado di offrire intrattenimento in cambio di attenzione.

1 comment Aprile 29, 2008

Outdoor TV: fotografare un’audience in movimento

Uno dei settori destinati ad una crescita inarrestabile è indubbiamente quello della outdoor tv, circuiti di schermi dispersi nelle città che attualmente trasmettono spot pubblicitari e brevi clip di informazione.
Secondo un recente report di profitablechannels.com le aziende statunitensi hanno già investito 1,2 miliardi del loro budget nazionale nella outdoor tv, mentre il settore sta crescendo ad un tasso del 10% mensile. Secondo eMarketer la outdoor tv è destinata a raccogliere la maggior parte degli investimenti pubblicitari, seconda solo a internet, passando dagli 1,26 miliardi di dollari del 2007, ai 2,25 miliardi del 2011.
Proprio in vista di un aumento di interesse degli inserzionisti, è nata in USA la Association for Out-of-Home Video (OVAB), fondata da un gruppo di 10 agenzie con l’intento di individuare le modalità più semplici ed immediate per pianificare, acquistare e valutare l’efficacia di una campagna in outdoor. Su questi presupposti Nielsen ha introdotto i “pocketpieces”, in origine i ratings della TV, tradizionalmente stampati in un formato tascabile, da cui il nome; a differenza della TV, dove i pocketpieces sono costruiti attraverso panel di consumatori, nel caso dell’outdoor Nielsen raccoglierà ed elaborerà dati forniti da terze parti, incrociandoli con i risultati delle interviste telefoniche.
Nuovamente, quindi, siamo di fronte al problema della misurazione dell’audience e della definizione di parametri che permettano di valutare la diffusione di un contenuto. Suzanne Alecia, presidente dell’OVAB, ha fornito le linee guida sulla base delle quali stabilire uno standard di misurazione, sia in relazione alla pubblicità che ai contenuti veicolati; i parametri che verranno stabiliti dovranno, secondo la Alecia, tener conto di tre elementi:
il traffico lordo sul luogo in cui il network di trova;
la presenza del network sul territorio;
la capacità degli spot pubblicitari di essere notati dal pubblico.
Una volta stabilita la modalità di misurazione, gli investitori avranno la percezione di poter controllare e valutare la propria performance, ed è facile indovinare che il mercato esploderà definitivamente. A quel punto sarebbe davvero interessante procedere ad un’innovazione dei linguaggi e dei contenuti, sperimentando non solo sul versante della distribuzione, ma anche dal punto di vista creativo, individuando le modalità espressive proprie di questa forma di comunicazione.

4 comments Aprile 28, 2008

UGC e pubblicità

L’Interactive Advertising Bureau ha pubblicato una ricerca intitolata “User Generated Content, Social Media, and Advertising — An Overview” che esplora e tenta di dare ordine alle diverse opportunità offerte alle aziende che vogliono pubblicizzarsi attraverso la rete.
Lo studio individua una serie di strumenti con cui gli inserzionisti devono necessariamente misurarsi, dagli overlay video ads alle community di cosumatori, passando per widgets e pagine del brand sui principali social network. Interessante il confronto con le forme tradizionali di pubblicità: “Traditionally, marketers have been able to buy time or space on fixed media in a controlled context. They knew where their ad would appear, what it would look like, and perhaps most important, in what context it would be seen. In other words, they could be guaranteed their message wasn’t being delivered in a hostile or inappropriate environment. Today, such guarantees are harder to make, and that lack of control can be a source of great anxiety for marketers. But it also represents an unrivaled opportunity”.

1 comment Aprile 28, 2008

Filmaka: (anche) il cinema cerca talenti

Lo user generated semi-professionale continua la sua marcia verso il mainstream e il mercato. Una nuova iniziativa, Filmaka, si propone di finanziare i video-maker con buone idee ma nessuna produzione alle spalle attraverso dei contest; il vincitore potrà realizzare il suo film e vederlo distribuito nelle sale.
La giuria è composta da nomi noti: Wim Wenders, Paul Schrader, Bill Pullman, Zak Penn, Nayar, John Madden, Neil LaBute, Kenneth Lemberger, Dr. Herbert Kloiber, Werner Herzog, Colin Firth, Tim Delaney, Laura Bickford and Thomas Augsberger.
Oltre al mercato cinematografico, Filmaka ha già commissionato delle webserie, pagando ciascun episodio cifre tra i 700 e i 4,000 $, e ha messo in palio 40,000 $ per la produzione di un pilota destinato al canale FX di Fox.
La società riceve finanziamenti da agenzie pubblicitarie, produttori cinematografici, e privati, ed è stata fondata dal produttore Deepak Nayar (a cui si deve, tra gli altri, Buena Vista Social Club) e da Sandy Grushow, Chairman di FOX.
Visitando il channel YouTube dell’iniziativa, la cosa che colpisce di più è leggere i commenti ai lavori postati da Deepak Nayar, che come un utente qualunque commenta e partecipa in prima persona: cinema is joining the conversation!

1 comment Aprile 23, 2008

Si guarda, ma non si tocca

Mediaset ha imposto la sospensione del canale YouTube Etabetabetissima, che raccoglieva clip video estratte dalla trasmissione “Amici”. La notizia qui. Concordo con la redazione di SatZone che scrive: “I filmati di Amici su YouTube sono parte integrante del successo della trasmissione: fanno discutere i blog generalisti, consentono a chi si addormenta di rivedere i pezzi mancanti e immortalano nella storia del trash certi momenti irripetibili [....] un filmato che cristallizza un momento della trasmissione non toglie niente alla trasmissione stessa, ma la valorizza. Peraltro ben oltre i suoi effettivi meriti”.
Quello di Mediaset è l’atteggiamento tipico dei vecchi media, vecchi non solo nella tecnologia e nei contenuti, ma soprattutto nella mentalità e nel rapporto con il suo pubblico. Da tempo, infatti, i broadcaster più lungimiranti hanno capito che la rete può essere un’alleata, e che il pubblico, lasciato libero di “fare delle cose” con il contenuto, di smontarlo, ridurlo in pezzi e diffonderne i frammenti, è in grado di moltiplicare i significati e i piaceri che se ne possono trarre. Prendiamo ad esempio La7, che con grande coraggio, ha abilitato i commenti sul proprio channel YouTube, accogliendo le aspre e numerose critiche all’indomani della soppressione della trasmissione di Daniele Luttazzi; o, ancora, la BBC, che pubblica i contenuti andati in onda sul suo channel, consentendo dagli utenti di postare video-commenti. La paura della “contaminazione” dei contenuti da parte del pubblico è infantile e contro-producente, ma temo che alcuni se ne accorgeranno troppo tardi, crogiolandosi in un vantaggio competitivo che non durerà in eterno, perché basato su barriere tecnologiche destinate a crollare con una rapidità inarrestabile.

3 comments Aprile 22, 2008

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